Klemen Pisk

poeta, scrittore, traduttore, musicista

Poesia

Feticcio

Indossi forte una camicia bianca, sotto la quale si
intravede andante un reggiseno su misura, scarlatto
come il copricapo cardinalizio. Jeans con un’ aspirazione
di Gerschwin, scarpe in stile musica leggera, il motivo
delle calze cacofonico. Provo ad intonare i bottoni e privarli
di tensione, a suonare il flauto del reggiseno, devo solo
avvicinarmi a lei con i denti. Emette un suono dai toni
aspri e dopo si addolcisce, si scosta, la biancheria di seta
cade sui tamburi creando un suono. I tuoi seni – i circoli
delle quinte, le natiche – la cassa del sitar, staccato i turgidi
capezzoli – cornamuse scozzesi. Svestita, all’inguine sei
pizzicato a punta. Gioco con il tuo flauto – con diversi
metodi cerco di trovare la posizione adatta.
Vengo, intonato in dur , e respiro in moll.
Ci sassofoneremo.

Traduzione di Michela Pesce

Un lento swing del dottor Strillo

Dai, scrivi qualcosa che fa ritornare al mugnaio morto
lo zelo per il lavoro così che le pietre macineranno
di nuovo la segale, mentre la ruota girerà ad una velocità
raddoppiata perché la corrente del fiume provocherà
un gran dondolio di pietre costrette ad un’accelerazione
continua ascoltando la tua composizione

Dai, scrivi qualcosa che farà tornare la voglia
di vivere agli studenti stremati farà sparire la paura
dalle loro ossa istruite e porterà loro una nuova speranza
metteranno via i sonniferi e scriveranno ancora
un qualche trattato scientifico.
E la penna stilografica rovesciò un tale inchiostro sulle righe
che le note entrarono in una simbiosi reciproca
e contrappuntando cominciarono a corteggiarsi
in una combinazione armoniosa, diventando una tintura d’oppio
frusciavano come un discorso sublime
dei suoni sibilanti e ronzanti
colpivano con un potente fuoco minore.

E nacque lo swing.
Trentadue battute, venti accordi, quattro modulazioni,
Un swing lento,
Non l’ho mai discusso presso nessuna facoltà,
Ma ho conseguito il titolo di ricercatore,
Io sono stato il mio maestro e lo spartito porta la mia firma.

Traduzione di Agnieszka Latos

Beatles

Cammino per la grotta e trovo gli oggetti
che hanno lasciato dopo la loro partenza; una chitarra, simmetrica,
che sembra appartenere ad un mancino. Anche io sono mancino,
penso. Soltanto che la mia chitarra non è simmetrica
in quanto è stata costruita apposta per i mancini. Me l'ha fatta
un artigiano su ordinazione. Mi chiedo se anche Paul
abbia dovuto invertire il ponticello o se magari avesse
un artigiano inglese da cui si è recato
e ha ordinato la chitarra....Proseguo per lo stretto corridoio della grotta.
Arrivo in una camera piccola e umida. Nell'angolo
c'è il sitar lasciato da George. Questo è uno strumento
che considera intervalli di altre distanze, la più piccola
unità non è il semitono, bensì il quarto di tono;
il limite ultimo, la soglia estrema che l'udito umano
è in grado di sentire. Proseguo e giungo nella stanza successiva.
Resto a fissare uno spinello di marijuana fumato a metà.
Ho l'impressione che sia appartenuto a Ringo, ma qualcosa mi dice
che a fumarlo sia stato John.

Traduzione di Graziana Melillo e Bartosz Budzyński

Nell'intera valle il ghiaccio

Sedevo durante l'equinozio insieme a un ciuffo d'erba
su tiepidi capelli, risvegliavo i morti, che abbandonavano
i loro corpi, e dalla chitarra si levava una solitaria bossa nova, suonata
dalle mie mani per il tuo orecchio di ogni cosa curioso.

Udivi come soffia il vento, come tagliano i pensieri
dei coleotteri di maggio e ti beccano una profonda ferita, la notte ti
tormentava, ti serrava la gola, le costole, i polmoni, udivi
la roccia su cui va la formica e il suono dell'abete.

E così come le nubi attorno alle montagne, così si dipanava la musica, celata
agli ascoltatori dall'animo ferito dalle spine. Attraverso il secondo me stesso
corre la linea che ci separa alle radici.

Fino a quel limite si estende la foresta di latifoglie, e nell'intera valle il ghiaccio,
una catena montuosa fino al paese vicino, un abito sotto il ginocchio e capelli
fino ai fianchi; scaffali dal pavimento su fino al soffitto,
la mia forza, il potere - lontano.

Traduzione di Giada Strumia

La morte del nonno

Giunse l'anno 1994 ed era un mattino di maggio
Llalba mischiava i colori sulla tavolozza del pittore,
e io sedevo sulla panchina del giardino e forgiavo versi mattutini.
Mio padre solitario guardava al proprio padre,
mentre increspava le alte sopracciglia e negli
ultimi sospiri ripeteva importanti proverbi.

E quando morì, rimase dopo di lui una nostalgia da uccelli,
giorni del giudizio, monete romane d'argento da dieci assi
o quattro sesterzi, comparvero obiezioni di coscienza su bocche
incestuose e la crisi esistenziale della zia.

E io non mi interessavo di tali peripezie,
ancora sedevo sulla panchina del giardino e forgiavo versi.

La poesia è mimica, nascondiglio di irragionevoli profeti.
Come una mosca non velenosa il poeta si cela nei vivi colori
e con versi si difende da lontano dai folletti poetici.

Traduzione di Matteo Mazzoni

Ribelle

Chiudo la stanza nella quale sono nascosti i fiocchi,
il testo della marsigliese e il mio vecchio berretto
giacobino. E’ pieno di polvere e senza starò male
ma se lo getto via mi libererò
dei sentimenti. C’è l’insolito rumore di un uccello che plana
nella direzione della contea lituana. Sputo tre volte sul fuoco
spengo la candela ed esco nella piazza del castello
dove salto in groppa al cavallo. “Via, via!”
Sprono il mio destriero ed ora voliamo
sorpassando la sentinella dei banditi, come cavaliere
e scudiero pronti per ogni avventura.
Di fronte giunge una carrozza – come posso
sapere se l’imperatore viaggia
nei paraggi – indosso la maschera e sfilo il mio
stiletto affilato. La libertà addenta nella notte
quando qualcuno grida “Repubblica”, quando l’intimità
si disperde nelle fosse di fango, quando mi fermerà
la ronda di notte di Rembrandt (schiarisce tra la
bruma mattutina), quando la melma fremerà: perderò la testa…

Traduzione di Eleonora Latella

L’eremita e l’esistenza

L’eremita fu sepolto da una valanga
ed aspettò sotto la neve che lo venissero a salvare.
Ma non arrivò nessuno.
Se almeno fosse apparso un san bernardo
con una botticella di rum al collo e lo
avesse turati fuori - meditava l’eremita –
o se almeno avesse avuto la certezza
che da qualche parte là lassù c'era Dio
a vegliare sulla sua sorte.
E a poco a poco si rese conto della
vanità della sua esistenza,
di come fosse passeggera, quanto pesante l'onere
e quanto essa fosse indistinguibile tra la molteplicità
delle sue rappresentazioni naturali.
L’eremita chiuse gli occhi.
Tuttavia continuava ancora a riflettere su se stesso,
sentiva che da ogni lato lo avvolgeva la neve.
Improvvisamente capì com'era facile vivere
– se ne rese conto solo allora, sepolto sotto la neve.

L’eremita taceva.
Nei suoi pensieri combatteva
contro la neve e contro la Terra.

E la Terra girava pronta a inghiottirlo
in qualsiasi istante.

Traduzione di Wojtek Malinowski e Lorenzo Puglioli

L'eremita e il lupo

Un eremita tracciò una linea nella sabbia e disse:
"Non supererai questa linea".
Poi tracciò un cerchio e disse:
"Devi rimanere dentro questo cerchio.
Puoi uscire dal cerchio, ma non superare la linea".
Poi venne la tempesta e la linea scomparve.
Un lupo stava nel cerchio.
Il freddo e la pioggia lo avevano sfinito, ma non si muoveva.
Non sapeva se la linea esisteva ancora,
perché non era più tracciata nella sabbia.

Traduzione di Marina Paris